martedì 25 novembre 2008

Last blues

Cesare Pavese é ancora oggi uno degli scrittori italiani più amati e letti nel mondo.
Lo amiamo perchè nei suoi romanzi, poesie, diari, nella sua esistenza inquieta e tormentata troviamo la cifra della nostra stessa solitudine ed incapacità di vivere.
Franco Zaio nel suo Last Blues ha musicato alcune delle sue poesie più belle.
E' un lavoro commosso e commovente che per stile mi ricorda una delle opere di Nick Cave che più ho amato: Le ballate di morte. Un di Nick Cave quindi, anche se il cd é fecondo di altre colte citazioni. Quello che mi stupisce ogni volta è il commuovermi mentre leggo "Verrà la morte e avrà i tuoi occhi". Lo smarrimento di fronte alla vita ed allo stesso tempo il profondo senso di dignità che trasforma la nostra esistenza nel mestiere di vivere!
Nel cd Franco Zaio coglie in pieno lo spirito pavesiano e nelle canzoni eros e thanatos si rincorrono fino a fondersi in un unico movimento.
Non possiamo fare altro che riascoltare stupiti quelle liriche che in gioventù hanno accompagnato i nostri amori e tormenti.
Scenderemo nel gorgo muti?


lunedì 24 novembre 2008

September in the rain.

Un piccolo capolavoro

L’idea dell’ amore vissuto come assenza e mancanza è il leitmotive di molta letteratura romantica.
Jonh Keats fu uno degli epigoni di questo mito e la sua morte precoce avvenuta all’età di 24 anni fu il suggello del suo modello filosofico-leterario. L’illusione di non consumare la vita onde preservarla dalla corruzione del tempo è quanto troviamo nella sua Ode ad un urna greca. Negli ultimi versi della poesia descrive l’indugio di due amanti intenti a baciarsi raffigurati in un basso rilievo di marmo.
Il non incontrarsi delle loro labbra –il bacio più bello è quello mai dato- è il tentativo di cristallizare un amore che, sospeso, rifiuta le lusinghe del tempo storico.
Una rappresentazione utopica della prossimità perpetua, di un incontro che diventa eterno grazie ad una distanza impossibile da colmare.
In quelle labbra protese che mai si toccheranno coesistono in modo ambivalente l’amore per la vita ed il terrore per la stessa.
Il problema di Keats è l’opposizione mitico-storico, eterno-mortale.
L’uscita dal tempo del mito e dell’infanzia significa il congedo da quel che è stato ed accettare l’apertura di un orizzonte in cui interviene la storia declinata secondo un prima ed un dopo.

lunedì 27 ottobre 2008



Un film che commuove e che in questi tempi di revisionismi dovrebbe far riflettere

mercoledì 22 ottobre 2008




Perché il tema solare? Quello del meriggio è un motivo ridondante nei romanzi, racconti e poesie pavesiane. E’ l’ora particolarmente feconda che pone l’uomo a contatto con una dimensione altra della coscienza. Un momento legato a una conoscenza che va oltre le capacità razionali. Sotto il sole l’uomo si abbandona e, annullando le facoltà intellettuali, approda ad una conoscenza diversa da quella ordinaria. Il corpo che si abbronza e che si annerisce, diventa strumento di conoscenza, assumendo caratteristiche telluriche. E’ il richiamo ad una sacra unità, ad una natura concepita come Magna Mater.
Ritroviamo qui la dialettica pavesiana: da una parte la città luogo apollineo fatto di corpi bianchi; dall’altra la campagna con la sua sagacia animale, il ritorno ad uno stato di natura che rende labili le differenze tra uomo ed ambiente. Più vicina a questa sacra unità è la donna che , al pari dell’animale,diventa tramite con il mondo ctonio.
Ed ecco allora che il sole diventa l'espediente che permette all’uomo di accedere a uno stato di natura, a quell’ imbestiamento che è contatto genuino con la terra.
Un ritorno al mondo degli archetipi, al dionisiaco al selvaggio. La campagna sotto la canicola costituisce la possibilità di ritornare al mito al fecondo tempo dei theoi dove accade il proibito. La collina annebbiata dal sole preconizza un mondo ancestrale. E’ il luogo del sogno e della coscienza arcaica. Mondo in cui i primi sussulti mitici avvengono davanti ai campi di stoppie o di granoturco.

La post modernità





Ordinarie storie di straordinaria follia
Sudati, appesantiti e affannati dal caldo dell’estate austriaca, i corpi di Seidl si esprimono attraverso tre linguaggi ai quali l’uomo puntualmente ricorre ogni giorno della sua vita: la parola, il sesso e la violenza. Tuttavia, Seidl nega ai suoi personaggi la possibilità di comunicare attraverso di essi, e l’inevitabile frustrazione che ne deriva sfocia inesorabilmente in manifestazioni di aggressività, che ancora si canalizza e si esprime attraverso varie combinazioni di tali linguaggi. L’intera triade quindi è privata del suo messaggio, e ogni tentativo di avvicinamento ricade nella perpetrazione di maltrattamenti e umiliazioni. La parola, o la sua totale assenza, è usata per ferire tanto quanto la violenza, che si abbatte impietosamente sui corpi stanchi, grassi, vecchi e nudi dei personaggi. Le abrasioni, i tagli, le bruciature, non sono altro che le conseguenze del fallimento di ogni tentativo di ricerca di un contatto umano. L’eccessiva ma innocente verbosità di un personaggio verrà quindi punita con violenza e stupro, che non è che il risultato della somma di due elementi della triade. Viceversa, il personaggio afasico subirà lo spettacolo del tradimento, altra variante del binomio sesso+violenza. Nel film di Seidl, chi fa sesso subisce violenza, verbale e fisica: non c’è traccia di amore in esso. I suoi corpi sono oltraggiati, umiliati, violentati, picchiati e derisi; la stessa macchina da presa li fotografa crudamente, svelandone le imperfezioni, il decadimento, la fragilità. La vecchiaia come la gioventù non sono che fasi della vita delle cellule, non contengono ne saggezza ne bellezza, ne maturità ne ingenuità. Vediamo solo organismi con una loro durata, che si rincorrono animalescamente nella speranza di trovare comprensione e sostegno, o forse semplicemente una spiegazione. L’unico piacere che accomuna gli animali dello zoo Seidliano è l’esposizione al sole, che piove indisturbato sui corpi arrossati e madidi di sudore, esibiti impudicamente e ironicamente immortalati nella loro momentanea statica fragilità.Oltre a questo, non c’è nulla, (come conclude l’anziano ingegnere quando raccoglie il cadavere avvelenato del suo povero cane che giace esanime nell’amato giardino), perché “la gente è cattiva”.
Alberto Zambenedetti

mercoledì 15 ottobre 2008

Sul sentire originale




Per Cesare Pavese conoscere é ricordare.
Si tratta di Platonismo?


Secondo Pavese esiste un concepire mitico dell’infanzia che si pone come a-priori per la coscienza, un sollevare eventi unici ed assoluti, che vivranno nella nostra mente come schemi normativi e che, in futuro, faranno di ogni esperienza sempre una seconda volta, un ritrovamento:

(…) ben poco la vita adulta può attingere al tesoro infantile di scoperte.
Si può bensì riportare alla luce quelle forme primigenie e contemplare la fresca salute, come di radici che il terriccio dei giorni ha continuato a nutrire. Poi da cosa nasce cosa, e anche i giorni futuri germoglieranno su questi ceppi (…)
C. Pavese, Mal di mestiere (Feria d’agosto)

La conoscenza mitica è infatti un conoscere il mondo che avviene al di là della nostra razionalità, attraverso modalità che sono proprie dell’esperienza religiosa.
Si conosce per grazia, per ispirazione, per estasi dove per estasi si intende una sommossa dei sensi, un abbandonarsi alle cose come in un orgasmo:

(…) E’ una crisi, una sommossa delle facoltà buone che ingannate da un urto dei sensi, presumono di guadagnare abbandonandosi alle cose. E queste afferrano, travolgono, inghiottono come un mare agitato (…). C’è in esse qualcosa di osceno: esattamente lo stesso che abbandonarsi al sesso e volerne narrare le sensazioni segrete.
C. Pavese, Mal di mestiere (Feria d’agosto)

Il mito risiede nell’essere sottratto all’accadere. Il che è avvenuto idealmente una volta per tutte e il carattere dell’individuo si intravede nell’essere attratto e conformato da qualcosa che sta al di là della propria esperienza storica come ricorda Guiducci (1967).
Il mito non è semplicemente un racconto narrato, bensì una realtà vissuta, una viva realtà che si crede avvenuta all’inizio dei tempi e che, da allora, continua ad esercitare la sua influenza sul mondo e sul destino degli uomini.

Chiari del bosco





Di Claros del bosque, Marìa Zambrano ha detto" Tra le mie opere, é questa io credo, che meglio corrisponde all'idea che pensare é, prima di tutto, alla radice, decifrare ciò che si sente, il sentire originale"